La critica del prof. Roberto Simari:

Un saggio di una produzione pittorica quasi ventennale.
Giangrazi ha un'ispirazione costante: la natura e i suoi colori, il vibrare dell'atmosfera.
Il tono cromatico non si spegne mai in lui, sia che rappresenti delle casette su di un poggio, sia un ponte a tre archi con delle barche in primo piano che ricorda
Murillo.
Giangrazi ama il colore e lo distende sulla tela con amore usando anche la spatola; ne attenua la luminosità, lo rende morbido, palpitante, accoppia il giallo con l'azzurro senza cadere nel barocco, la vegetazione con un fiume che scorre. I cieli sono appena accennati perchè il suo interesse è su ciò che è vicino a lui e ci circonda; sente il contatto.
Il disegno è «occasione» non «fine» per l'esaltazione di quello che per lui è vitale: la strada è una curva, una parabola come in
Dearin, che si allontana ma è gialla e palpabile, riempie lo sguardo, è luce solare in un verde della foga estiva.
In qualche momento il suo pennello si fa delicato quasi romantico: un violino, una rosa, uno scritto musicale che annuncia le cadenze eterne della vita. Le tre rose su un abbacinante bianco di case in frammenti esprimono il valore eterno che irrompe su tutte le nostre caducità.
Sì, manca la figura dell'uomo, ma
Giangrazi lo fa sentire presente con le testimonianze della sua operosità (barche, strade...), con i segni dell'ambiente che lo accoglie da spettatore, ma anche da protagonista. Il bosco con i suoi alberi che come braccia chiamano un ruscello, che cadenza un'ora di riposo e di ristoro.
Quando il colore inebria
Giangrazi, il pennello diventa spatola, la spatola si arroventa ed allora il colore cola giù vivido, forte, puro, acceso: Giangrazi allora è un "fauve"; ma un fauve che si riconcilia con la natura, che ci fa amare la vita.


La critica di Gilda Panella:

Dalle tele di Giuseppe Giangrazi traspare sensibilità e amore per la vita, tratti, questi, che caratterizzano la personalità dell'artista.
Belli i suoi "gialli": intensi e vitali, illuminano le sue opere che vivono così di luce propria.


La critica di Emidio Di Carlo:

La ricerca cromatica sfugge alla verità odierna dell'amiente; tuttavia non rinuncia a quel calore ed a quella luce calda che inonda il centro storico aquilano nei mesi estivi riproponendo un'aria tipicamente tardo-medioevale.


La critica di Giuseppina Colaiuda:

I blu di Giangrazi, contrapposti ai gialli caldi ed intensi delle sue tele che rappresentano il suo inconscio combattuto tra la staticità dei blu e l'impulsività dei gialli, che vogliono irrompere prepotentemente.


La critica di Guglielmo Ara:

Ottima l'impostazione pittorica. L'opera è degna di ammirazione dove il pittore mette in grande evidenza la sua pregievole tecnica del colore.